Un racconto per “Paura del buio?”
Cerchiamo autori per la prossima coproduzione lanciata da Collane di ruggine e paura.anche.no: un cofanetto di 30 cartoline ispirate al soggetto del Babau e tratte dalla mostra "Paura del buio?" che sta circolando in giro per l'Italia.
Ma chi è il Babau? (Continua)
Ruggine n.1 - edizione Gronchi Rosa
Abbiamo dato vita al numero 1 di Ruggine, il secondo dopo lo 0. Come in ogni autoproduzione che si rispetti c'e' stato un intoppo: abbiamo stampato un predefinitivo al posto del definitivo. Il celebre francobollo, il Gronchi Rosa, fece scoppiare un incidente diplomatico a causa di una rappresentazione sbagliata dei confini dell'Ecuador. Il disegnatore aveva preso la mappa da un vecchio atlante. Anche noi abbiamo preso l'esecutivo dalla mail sbagliata. Questa edizione e' quindi ribatezzata Gronchi Rosa e potete cercare le differenze con il definitvo scaribile, come nella settimana enigmistica (Clicca sull'immagine per scaricare i pdf in bassa defnizione, appena possibile caricheremo anche quello in alta).
Manuali DoItYourTrash
Speriamo di realizzarne molti altri. Intanto ecco i primi tre, tutti dedicati all'orticoltura di sopravvivenza, con un manuale per costruirsi una serretta con materiali di recupero, uno per il giardinaggio verticale con le bottiglie di plastica e un altro ancora per creare un orto di un metro quadro da adattare a qualunque esigenza. La fantastica grafica è stata realizzata da cima a fondo da maro.
scarica ruggine!
Rientrare dai viaggi, si sa, è impegnativo, soprattutto quando ci sono fili da tessere e contatti che non si vogliono interrompere. Così, tra raffreddori e nostalgia che non se ne volevano proprio andare, abbiamo dovuto ritrovare l'equilibrio prima di riuscire a pubblicare il pdf. Nel frattempo, abbiamo cominciato a organizzare nuove presentazioni della rivista, quindi mentre finalmente scaricate Ruggine qui, preparatevi a vederci di persona nella vostra città o provate a organizzare altre presentazioni in angoli da noi ancora inesplorati.
Ladies and gentlemen: Ruggine #0 all'hackmeeting!
Finalmente è uscito dalla tipografia il primo numero di Ruggine!
Potete già trovarlo nelle distribuzioni piu' fortunate:
Roma Radio Copydown
Savona Salterò Autoproduzioni
Firenze NEXTEMERSON
Bergamo Tanti saluti e baci tantisalutiebaci @ autoproduzioni.net
Torino Escape From Today
Se invece vi trovate dalle parti di Palermo venite sabato 27 (sera) alla prima presentazione all'hackmeeting (e venite all'hackmeeting in generale!).
Se riuscite ad accaparrarvene una copia ci fara' piacere ricevere critiche e commenti a questo indirizzo collanediruggine @ autistici.org (ah sì... lo sappiamo gia'.. la numerazione dell'indice e' spostata di due pagine in avanti, ci scusiamo per l'inconveniente ;)
il pdf con la versione integrale sara' online il prima possibile (quando la smettiamo di ingozzarci di cannoli qui a Palermo!).
Le visite domiciliari...
"Le visite domiciliari sono riservate solo ai pazienti ipocondriaci, ai
malati immaginari, a chi ha voglia di alzarsi dal letto per andare a
lavorare"*
Da circa due ore attendevo su una sedia scomoda, in un corridoio
disadorno insieme ad una popolazione di anziani e future mamme. In fondo
al corridoio due carpe in chimono stavano sorseggianodo un the' sedute
intorno ad un tavolino. Con aria annoiata muovevano pedine sulla
scacchiera del go. La porta in fondo al corridoio si apri' ed un vento
gelido si insinuo' nella stanza accompagnato da una voce suadente
"Chi e' l'ultimo ?"
(Continua)
Onorevole morte di un demonio
Nell'entrare in quello stanzone pieno di corpi ebbi la sensazione che qualcosa fosse terminato,
credo provai quello che le creature piccole e infime realizzano mano a mano che si avvicina la morte, la fine del loro tempo. Ma per noi il tempo non aveva mai avuto un significato preciso, erano il tempo degli altri, i limiti degli altri, le morti degli altri. Il tempo era un giochino, un divertissement. "Sisifo porterai il masso su e giu' per sempre". E Sisifo, che pure e' il mio preferito, soffriva e piangeva, e spingeva il macinio, che ricadeva e cosi' di nuovo, per sempre. Ma quell'eternita' era tale solo per loro. Per me tra l'istante e l'eterno non trascorreva che una quieta immobilita'. Certo quello stanzone ora cambia tutto. La madre era li', stesa al suolo. Dopo aver colpito a morte il proprio seviziatore si e' uccisa strappandosi la lingua con un morso, morendo soffocata dal proprio sangue. Era stanca di essere violentata dalla Spirito Santo, il grande burattinaio, il terzo incomodo, il vero padre. Il figlio era un presuntuoso, e l'avete ucciso voi, tanto tempo fa, inventandovi poi la sua risurrezione per lenire il vostro senso di colpa. Il padre, si fa per dire, Dio, e' morto di tedio e di ignavia. Vi creo' e per distinguersi da voi schiavi del tempo, si isolo' in una teca di immobilita', dove le sue ossessioni lo divorarono. Voi siete il frutto delle sue paure. Voleva altri angeli, ma la sua incapacita' ha prodotto soltanto voi. Gli angeli sono tutti morti, di stenti. Si nutrivano della luce divina. Sono sopravissuto solo io, perche' della sua luce avevo imparato a farne a meno da tempo.
Ma forse non dovreste credermi.
Io sono l'ingannatore. Parlo una lingua che potete capire, ma non sempre vi dico la verita'. Credetemi pero', quando vi dico che qui non c'e' piu' nessuno. D'altra parte lo sapevate da tempo. Quando senti' avvicinarsi la fine dell'immutabile, nella sua immensa idiozia mando' un cavallo ad avvisare un araldo nella citta' che celebra il toro con il proprio nome. Quell'uomo vi annuncio' che dio era morto.
Anch'io sono stanco. Voi pure dovreste esserlo. Conoscete il teatro kabuki ? Io ne sono un grande ammiratore. Di norma rappresenta fatti accaduti da poco, di ordinaria drammaticita'. Usa poche parole. E per noi che giochiamo col tempo, potrebbe raccontare cose che accadranno tra poco.
La mia voce mi riesce sempre piu' insopportabile.
Steso in terra su un piccolo palco vi era un tappeto amaranto, la sala era illuminata da candele e lampade ad olio, che animavano giochi di ombre sulle pareti scarne. Il luogo era disadorno e asettico come l'animo dei due presenti. Alla sinistra e alla destra del tappeto vi era posto per i testimoni. Ma non era rimasto piu' nessuno. Erano disposti sette soffici cuscini per lato, e erano vuoti.
Lui indossava un haori con finiture in oro. Con passo severo si diresse verso il piccolo palco e prese posto in ginocchio, al centro del tappeto. Dietro di lui, il kaishaku, il gentiluomo che gli avrebbe mozzato il capo. Rivolto ai sette assenti di ogni fila di cuscini, pronuncio' poche e semplici parole
"Io sono l'ingannatore e il grande mentitore. E io vi dico in tutta sincerita', che voi siete innocenti. Io, ed io soltanto, ho colpa di tutto. Per questo crimine io mi uccido e prego voi presenti di farmi l'onore di essere testimoni del mio atto".
La bocca si piego' in un sorriso, appena accennato, timido, muto' in un ghigno, passando per tutte le possibili sfumature del riso, fino al pianto, prima leggero, una pioggerellina, poi il tuono, il lampo, e l'ira. Tutto il corpo prese fuoco, per una molotov confezionata male ed esplosa ancora in mano. L'ansia attraverso' la parte sinistra del volto, mentre sulla destra divampava un profondo orgasmo. Vennero' l'angoscia e l'abbandono dell'amante, la solitudine fece tremare gambe e braccia. Si rannicchio', proteggendosi la testa. Pestato a sangue e trascinato su una volante, fu scosso di paura e terrore, mentre lo sguardo divenne fiero e ostinato. Si affloscio' al suolo. Nella noia. Gli occhi si spensero nella banalita' del quotidiano, le palpebre a mezzasta di mezza pillolina presa solo per dormire, tra il lavoro e la tv. Si irrigidi', poi si rilasso' e nulla di lui fece piu' trasparire alcunche'. Fece cadere l'abito fino a scoprire il ventre, infilo' le lunghe maniche sotto le ginocchia e con un gesto deciso ricongiunse gli amanti. La lama accarrezzo' la parte sinistra del ventre, ma in quanto lama non pote' fare a meno di lacerarla, il ventre si
apri' a quel contatto e lei sprofondo' all'interno. Lentamente si sposto' a destra, ed il ventre l'accolse, sempre piu' dentro di se'. La lama giro' e incomincio' a salire, tagliando, verso il cielo. Lui sporse il collo, in attesa di una carezza.
Sisifo spinse il masso fino alla cima, come ogni volta. Ma le braccia erano piu' pesanti del solito, troppo pesanti e Sisifo le lascio cadere, morbide e senza controllo, con un gesto ampio, che nasce dalla punta della katana e termina oltre. E cosi' la testa fu recisa dal tronco, ed il macinio rotolo', giu' in basso, per l'ultima volta.
Ratrace
Dopo la pubblicazione di Consumate il futuro!, a Collane di ruggine piacerebbe provare a concentrarsi su una serie di testi brevi e racconti. Non sappiamo ancora cosa ne verra' fuori, se un'antologia, una rivista aperiodica, o qualcos'altro.
Per il momento pubblichiamo online le cose che ci piacciono e che presto contiamo di trasferire su carta. Eccovi un primo racconto.
Ratrace
di Ginox
Il rattus rattus ed il rattus norvegicus raggiungono la maturita' sessuale intorno ai 3 mesi e si riproducono 6 volte all'anno, ogni nidiata contiene dai 6 ai 10 frugoletti. Una rat race conta non meno di 10 mila esemplari, poiche' l'aspettativa di vita e' breve, ma la copertura deve essere ad ampio raggio.
Da ciascuna si possono ricavare fino a 700-800 ore di girato, di cui almeno un 1/3 riutilizzabile per le prime visioni, un 1/3 rivendibile, il resto e' spazzatura. D'altra parte parliamo di ratti, mica di farfalle.
Ogni esemplare va allevato per il primo mese di vita, quindi viene predisposto. Al terzo mese vengono rilasciati tutti insieme.
Quando li prendete, dovete cavargli gli occhi, non basta ucciderli. Quando uscite per un'azione dovete partire travisati, tornare travisati. Non dovete mai scoprirvi. Se venite fermati dite che avevate freddo, che non potevate muovervi in macchina. Con -4 gradi in giro nessuno dovrebbe far caso a voi, ma se vi fermano vuol dire che
nutrono dei sospetti, non e' detto che vi credano. Se finite in questura conservate un comportamento dignitoso,
siate evasivi, ma convincenti. Mentite con sincerita'. Siate circospetti, ed insieme ingenui. Indignatevi per il fermo. Siate ottusamente normali. Non ostentate e non celate. Non parlate ne' troppo, ne' troppo poco.
Di norma verrete pestati, senza troppa convinzione. Siate dignitosi, sopportate ma senza sfrontatezza. Piangete
e urlate se e' il caso. Se vi torturano vuol dire che non hanno intenzione di rilasciarvi, o sono piuttosto sicuri che non siate soggetti in grado di incentrare una massa critica di indignazione intorno a se'. Lasciateglielo credere, e conservate per quanto possibile un comportamento dignitoso. Se ne uscirete vivi, ci occuperemo di voi. Altrimenti non vi mentiro' dicendo che morirete per una buona causa. Non so quale sia la vostra causa e se ne avete una.
Siamo kallopismata orfes, ornamenti dell'oscurita'. I morti sono morti e non lottano insieme a noi. Vita e morte sono due opposti. Le idee cambiano, mutano e muiono, le idee sono effimere, come tutto il resto. Se vi aiutano a vivere meglio, tenetevele strette, ma non c'e' carne e non c'e' sangue nei nostri fantasmi.
Non fate caso a Hideo, e' un personaggio pittoresco, ma e' un elemento valido e di provata fedelta'. Nessuno viene ucciso e torturato per le "derattizzazioni". Il problema e' che tutti i network televisivi allungano dei soldi alla
polizia e che negli slum, le rat race fanno parte integrante delle procedure di controllo del territorio. La polizia non entra, se non ha un valido motivo, ma i ratti circolano liberamente, arrivano ovunque e trovano cibo in abbondanza tra i rifiuti. Gli abitanti degli slum se li mangiano. Ma quelli che sopravvivono bastano per integrare gli altri sistemi di controllo. Tra satelliti, informatori e ratti che circolano a caso, hanno il quadro della situazione,
almeno quanto basta, per contenerla.
Non crederai che i ratti siano solo degli animaletti su cui impiantare delle telecamere al posto degli occhi ? Sei ingenuo. Per gli occidentali il ratto e' un animale da laboratorio, ma in oriente no, in India e' la cavalcatura di Ganesh, sono le rincarnazioni dei Santi, sono i Sadhu. Mangiare il cibo toccato dai ratti e' una benedizione divina. Noi viviamo in mezzo a loro, ci toccano, strisciano sui nostri corpi quando dormiamo, rubano l'anima dal nostro respiro, si nutrono del nostro calore. Verra', vedrai, i Ganapatya verrano qui pretendendo di mangiare quello che il ratto ha sfiorato, perche' benedetto. Quando un ratto ci rivolge lo sguardo prende il nostro spirito e lo mette in una teca a disposizione dei santi. Loro fanno cio' che vogliono di noi. Tagliano e cuciono le nostre vite, le smontano e le modificano, perche' sono i santi e noi l'errore da mondare. Ma il contatto ci rende di nuovo puri, e cibo benedetto.
Hideo era in gamba una volta, e' nato in giappone, ha una bandiera del giappone imperiale bruciacchiata sopra il letto. Non e' una questione di nazionalismo, ma una sorta di dimensione esistenziale. Credo che si senta esattamente come uno a cui hanno tirato due atomiche sulla testa.
Sul comodino ha un casco da cantiere, di quelli usati dallo zengakuren, credo abbia fatto parte della chukuku-ha. Stava con loro negli anni '80, pare abbia partecipato ai sabotaggi contro la privatizzazione delle ferrovie, agli scontri a Sanrikuza contro l'ampiamento dell'aereoporto di Narita. Si e' preso 10 anni, li ha scontati quasi tutti, uscito dal carcere ha lasciato le sue isolette, ed e' venuto in Europa.
La sera se ne sta rannicchiato sul letto, con sopra il sole rosso nel centro della bandiera, illuminato solo dalla luna. E' un quadretto estremamente melanconico. Non mi stupirei che uno di questi giorni tirasse fuori una katana e un wakizashi, o iniziasse a vestirsi in abiti tradizionali con l'hakama e tutto il resto.
Il giapponese solitario che difende la sua isoletta ignaro che la guerra e' finita, e' persa, e comunque non ha importanza alcuna, se non per se' stesso. Perche' in quell'attesa del nemico c'e' il senso di un'esistenza. In fondo e' nella crisi funeraria del senso, nella sua impossibilita' a risorgere, che sta il nodo centrale per la comprensione di Hideo e del perche' e' ancora vivo e non si e' aperto la pancia.
Ma mi accorgo che sto divagando. Si parlava di ratti dotati di sensori audio-visivi. Molto pornografico. Venire colti
nell'intimita', nel quotidiano, da inquadrature a fish eye, un po' caotiche. Eccitante l'idea, si'. Intendiamoci, non cosi' tanto. Il pubblico l'apprezza, perche' da' un tono di casualita' alla programmazione via satellite. Il governo la trova utile per il controllo degli slum. Boh, o almeno cosi' si vagheggia. Il fenomeno e' gia' stato assimilato e digerito. Probabilmente si estinguera' da solo. Vi domanderete dunque perche' siete qui ? Che senso ha uscire ancora a caccia di ratti. Essenzialmente perche' e' una strategia che ha funzionato, e nella fase attuale abbiamo bisogno di vincere qualcosa.
Un anno fa quando il giochino era in piena espansione, dopo il lancio di una rat race da 10.000 esemplari, abbiamo fatto pervenire in scatole da una dozzina 5.000 ratti stecchiti presso gli uffici del network. Ed un altro centinaio direttamente a casa dei dirigenti. Abbiamo ricevuto il plauso nemmeno troppo velato, dei sindacati di reporter e giornalisti. Si sono un po' offesi per questa faccenda degli animaletti audio e video muniti. Gli sta un po' sfuggendo di mano. Ci hanno promesso una sorta di appoggio mediatico per la nostra campagna primaverile se affossiamo il giochino dei ratti. Rilasciano 50.000 esemplari tra una settimana, dobbiamo beccarne la meta', impacchettarli e rispedirli al mittente, non gli interessa come.
Non per posta, questa volta li sostituiamo per una settimana allo spezzatino delle mense del network. Con i
bulbi oculari ne facciamo delle collane per le mogli dei dirigenti e come fili usiamo le code essiccate. Il venerdi' consegniamo un brodo con tutte le teste, e gli auguriamo buona digestione.
Tra giornalisti e ratti, preferisco gli ultimi, onestamente. Dopo un paio d'anni, al massimo, cessano l'attivita',
causa morte naturale. Un giornalista coriaceo puo' durare anche 50 o 60 anni. Ma tant'e', l'accordo e' stilato.
La sala sorrideva, sembravano soddisfatti. Era bello rivolgersi a questa accozzaglia di carogne e scontenti, sempre pronti a buttare tutto all'aria. Ti faceva tornare ai tempi del bogside a Derry, quando eri bambino.
Ridete ? Di cosa ridete ? I ratti non ridono mai, perche' neanche Gesu' rise mai. La lettera di Publio Lentulo e' falsa, per questo vi credo ciecamente. Ed in quella lettera e' scritto che Gesu' non fu mai visto ridere, qualche volta piangere, forse. Ridete si', come ai trionfi, quando la truppa poteva insultare il comandante, che comunque rimaneva il comandante, come al carnevale, quando il popolino poteva sognare di strozzare il re, che in ogni caso rimaneva il re, per sempre. Partecipiamo ilari a questo saturnale rivoluzionario, ma i santi non ridono, sono qui
per mondarci. Loro, i moralizzatori, sono il giusto mezzo, che per disfunzione naturale, non e' in grado di appagare noi tristi insoddisfatti. Un tempo venivano a portare il castigo divino tramite la peste, sono lo sguardo salvifico di dio, che ci scruta osservare il nostro prossimo.
Immobile, con lo sguardo alla parete, mani sulla nuca. Non puoi parlare, non devi guardare i tuoi vicini, puoi pensare, si'. Pensa ai corpi ammassati l'uno sull'altro, all'afrore che pervade la stanza. A quella chiazza gialla che si forma ai tuoi piedi, mentre ti pisci addosso. Tutto e' immobile, perche' il divino risiede nella perfetta immobilita'. Ora sono le ombre intorno a te che si muovono e ti percuotono, cadi in terra e la chiazza gialla si tinge del tuo sangue, ma non va bene, bisogna essere immobili per essere baciati dai santi. Ti rialzi, ma questa volta urlano e ti colpiscono, forte, tanto forte. E ricadi, ma il maestro diceva "l'arte di cadere e rialzarsi, e poi di nuovo, e poi cosi' fino all'ultima volta" e ti rialzi. O forse no, forse stai solo pensando di farlo, ma sei riverso in un brodo putrido. Sei immobile, ma non sei piu' ritto in una postura dignitosa, chissa' se i santi si piegano in terra a benedire i cavadaveri maleodoranti ?
Vorrei cercare di farmi capire per bene. E' normale che poveri spiantati muoiano assiderati. Non e' bello, ma puo' accadere, e' nell'ordine delle cose. E' normale che qualche volta i ragazzi si prendano qualche liberta' e si divertano un poco con queste zecche. Non va bene che queste muoiano in stato di fermo, piene di ecchimosi e lividi addosso, sangue nel cervello ed emorragie interne. Quindi il signor Hideo Kunyoshi, e' morto assiderato, perche' il corpo dei fermati o tratti in arresto e' sacro. E cosi' gli altri tre, non si conoscevano tra di loro, e sono vittime del grande freddo di queste giornate invernali. I santi invocano il martirio, e noi viviamo nei loro occhi, respiriamo il loro alito di vita, il cibo benedetto dal loro corpo ci sazia e nutre noi tutti, fedeli, nei secoli.
Scroogled
In attesa di avere altri materiali da stamparci assieme, ecco Scroogled, l'ultimo racconto di Cory Doctorow, tradotto in italiano sotto la licenza CC del testo inglese. Potete scaricare il pdf oppure leggerlo qui:
Google controlla le vostre mail, i vostri video, il vostro calendario, le vostre ricerche... E se controllasse la vostra vita?
di Cory Doctorow
Consumate il futuro!
Ecco la versione online della prima uscita di Collane di ruggine.
Qui di seguito la quarta di copertina e il prologo scritto dall'autrice. Sotto al titolo trovate la versione integrale di tutto il libro in formato pdf (756 K).
Manuela Puvia
Consumate il futuro!
Perche' pubblicare un libro di critica su J. G. Ballard ? Perche' proprio lui ? E' un autore blasonato, probabilmente anche ricco, che non ha certo bisogno di noi per emergere. In piu' noi non siamo una casa editrice ne' ci interessa diventarlo. Siamo uno strano mix che unisce frattaglie del collettivo Autistici/Inventati e abituali autoproduttori sparsi per l'Italia. L'opera di Ballard per noi e' la scusa per parlare del rapporto tra uomo e tecnologia, un tema che nel nostro presente di post-rivoluzione informatica, nel fiorente sviluppo di biogenetica e biomeccanica, non é questione da poco. Si tratta di un testo ricavato da una tesi di laurea, che inquadra Ballard in una dimensione antropologica. Confronta le suggestioni e l'immaginario del suo mondo con quanto l'uomo moderno (o postmoderno, o quello che preferite) prova quando si rivolge alla tecnologia, quando scopre la propria identita' mutata e si ritrova a interrogarsi sul futuro. Il sapere tecnico non sembra essere reversibile, dai videogiochi alla bomba atomica, non c'e' ritorno da Nagasaki. Con la tecnologia e' necessaro confrontarsi/scontrarsi in maniera critica, non convenzionale. Questo testo e gli altri che speriamo seguiranno, vorrebbero contribuire un poco a nutrire questo tipo di riflessioni, ad accrescere per primo in chi li scrive e pubblica la propria capacita' di interpretare il reale e di sopravvivergli.
Manuela Puvia e' una giovane e scapestrata carrarina trasferitasi a Firenze diversi anni orsono.
Laureata in Scienze dell'educazione a Firenze sbarca il lunario da buona precaria flessibile. Appassionata di fantascienza e filosofia, contaminata irrimediabilmente da cyber e punk, da che mondo e' mondo sbandiera ai quattro venti le ragioni dell'antipsichiatria e le aberrazioni delle istituzioni totali. In direzione ostinata e contraria.
Il libro che state sfogliando nasce originariamente come una tesi di laurea dal titolo “Psicogeografie del contemporaneo: a partire da J. G. Ballard”. Rispetto al testo originale abbiamo apportato alcune modifiche, eliminando un capitolo e invertendo l'ordine degli altri due, ossia l'inizio di questo libro è in realtà la parte conclusiva della tesi, per questo manca forse un'introduzione più generale alla poetica dell'autore e al legame che la unisce al rapporto tra essere umano e tecnica.
Vorrei quindi cercare di spiegare perché la scelta di un autore come Ballard e quali sono le suggestioni contenute nei suoi libri che possono trasformarsi in riflessioni di ampio respiro sul mondo ad alta intensità tecnologica in cui viviamo.
La fantascienza, come suggerisce il termine stesso, è un genere letterario attento a registrare e descrivere i mutamenti possibili che il grado di sviluppo tecnico e scientifico di una data epoca lascia presagire, in altre parole “le fantasie della scienza” di un futuro mai troppo lontano.
La fantascienza ballardiana mantiene un legame stretto con quelle che sono le mutazioni identitarie e dell'ambiente di vita provocate dagli sviluppi della tecnoscienza,ma la sua particolarità sta nel descrivere i mutamenti in atto in un'ottica differente rispetto a quella degli scrittori della sua epoca.
A metà degli anni Cinquanta, quando Ballard comincia ad affermarsi come scrittore, il genere fantascientifico è contraddistinto dalla “space opera”, ossia da storie il cui fulcro ruota attorno alla scoperta di nuove dimensioni interstellari, di viaggi nello spazio alla ricerca di pianeti sconosciuti e civiltà extraterresti.
Ed è proprio a questo genere di trame, con poche variazioni sul tema, anemiche di critica verso il progresso tecnoscientifico, incapaci di far riflettere il lettore sui cambiamenti in atto nella società, che Ballard si oppone, considerando la fantascienza ben altro che una letteratura d'evasione.
Nel saggio apparso sulla rivista New Worlds nel 1961, “Qual'è la strada per lo spazio interno?”, l'autore definisce gli intenti della sua poetica e le tematiche che, a suo avviso, anche gli altri scrittori di fantascienza dovrebbero prendere in considerazione, per non relegare il genere ad una letteratura-passatempo: la nascita della società dei consumi, l'invasione mass-mediatica, le tecnologie asservite all'industria bellica, farmaceutica, al controllo della vita degli individui, le nocività che sempre di più intossicano e devastano il nostro ambiente di vita, la logica del profitto e del mercato come unica e incontrastabile ragione che muove le fila di tutto il sistema.
Questi sono gli aspetti della vita di tutti i giorni che interessano lo scrittore, di questo parlano i suoi libri, voltando le spalle allo spazio e descrivendo le mutazioni radicali in atto sulla terra, l'unico pianeta veramente alieno.
Ed in questo viaggio in cui Ballard mette in mostra le quotidiane atrocità umane, la sua ricerca muove verso l'interiorità dell'individuo, verso quel territorio mobile e non delimitabile attraversato da affetti, sogni, desideri, potenza di trasformazione: l'inner space.
In questo spazio inconscio (dal sapore dichiaratamente surrealista) le nostre percezioni del presente, sovraccarico di flussi informativi ed edulcorati diktat di ogni genere, si fondono con le immagini trasmutate del passato (non soltanto della nostra storia individuale, ma di quella di tutto il regno biologico, secondo il principio ballardiano per cui l'ontogenesi ricapitola la filogenesi) e danno vita ad una rielaborazione personale dell'esistente, creano un altro mondo.
In libri come La mostra delle atrocità oppure Crash è particolarmente evidente questo rifiuto da parte dei protagonisti di accettare la realtà così com'è e di sfidarla invece al suo stesso gioco, rivoltando contro se stessi i processi che hanno creato quest'insanabile frattura tra un mondo dalla geografia esaurita e costantemente in svendita e l'individuo che assomiglia sempre di più all'handicappato motorio superequipaggiato di Virilio.
Solo tramite la rottura della norma sociale, attraversando situazioni limite, da catastrofe imminente o già avvenuta, sfidando la benevola tirannia della società dei consumi e le sue regole, i suoi personaggi riescono a ri-fare il mondo e a conservare quel poco di umanità che gli altri protagonosti -comparse del grande romanzo della vita hanno perso.
Ed è proprio questa potenza di trasformazione, questa intensità inconscia ed immaginativa che ci attraversa che collega la poetica ballardiana alla riflessione sulle origini del rapporto tra l'essere umano e la tecnica.
L'essere umano è un animale tecnico, poiché date le sue carenze biologiche ed istintuali non sarebbe mai sopravvissuto in un mondo che non si pone all'origine come naturale dimora.
Il senso della tecnica, quindi sta tutto nel vedere oltre il presente la dimensione del possibile e trasformare il già dato, l'inutilizzabile in qualcos'altro che possa avere un senso.
Per questo quando si parla di tecnologie penso sia importante risalire all'origine del rapporto che vede la nostra specie legate a doppio filo alla tecnica, per non perdere la misura delle cose, ossia per considerare il mezzo tecnico come uno strumento che comunque non ha vita propria.
Questo non significa restare ciechi e sordi di fronte alla non neutralità del sapere tecnico, ai suoi molteplici usi nelle mani di pochi (penso alle multinazionali del farmaco, all'industria bellica, al controllo permesso dalle strumentazioni “amiche”), né accettare acriticamente e passivamente il “progresso” come un dio benevolo che ci guarirà da tutti i mali, ma neanche vuol dire rassegnarsi ed incrociare le braccia aspettando che un miracolo ci riporti indietro, in un paradiso perduto o che un esercito di robot prenderà coscienza e farà fuori i suoi creatori.
Anche perché non è delle macchine “intelligenti” che ho paura, ma della stupidità umana, di quell'incapacità di sentire e di pensare, della corsa al profitto, della competizione, delle idiozie mass-mediatiche bevute prima di addormentarsi, del sogno della merce durante la notte, delle stragi in nome della pace e della democrazia, di tutto ciò che ci rende consumatori e produttori prima che esseri umani: sempre più simili alle macchine, senza il dono dell'immortalità.

