Il tempo di Caronia

Oggi è morto a Milano Antonio Caronia.
L’ho incontrato in due occasioni e se ci penso me lo ricordo come un orgoglioso punk intrappolato nel corpo di un fragile settantenne. Ho letto molto di quello che ha scritto e di quello che ha tradotto. Gran parte della ruggine che ho nel cervello la devo a lui.

Probabilmente Caronia ha preso per mano una generazione e l’ha aiutata a capire quello che stava succedendo. Gli ha raccontato dell’acciaio e del silicio, degli uomini meccanici e delle invisibili intelligenze. In tutti questi anni non ci ha mai lasciato da soli con le nostre angosce, ha condiviso con noi lo straziamento dei corpi mercificati, la reificazione dei nostri sentimenti, lo spaesamento nei non-luoghi. E dopo averci presentato Dick e Ballard e introdotto alle vorticose feste di Gibson e Sterling, ci ha sussurrato all’orecchio quanto fosse malinconico parlare di fantascienza in un mondo senza futuro.

Qui sotto, parte di un’introduzione che Caronia aveva scritto tempo fa per un seminario su tempo e steampunk a cui aveva invitato anche noi. C’e’ tutta la sua scintillante lucidità.
Qui il testo integrale.

Pinche -> Collane di Ruggine

“Se dal punto di vista letterario lo steampunk non è che una forma particolare di ucronia (sottogenere non molto prolifico, in passato, nella fantascienza, ma di recente assurto a una certa popolarità – per quanto effimera la si possa prevedere), la sua estensione a tema culturale o addirittura a stile di vita solleva problemi che vanno al di là del semplice meccanismo del “what if…?„
In questo senso lo steampunk, da un lato, andrebbe collegato all’emergere della categoria del tempo nel panorama politico e culturale della contemporaneità. Non solo perché, in qualche modo, esso rappresenta una reazione alla forsennata accelerazione dell’innovazione tecnologica, all’impero della velocità che caratterizza l’economia del just in time e il capitalismo della conoscenza – e rivendica dunque una sorta di “diritto alla lentezza„ ben rappresentato dall’estromissione (reale e immaginaria) dell’elettricità dalle fonti di energia disponibili. Ma anche perché prende atto (almeno implicitamente) della totale scomparsa della categoria del “futuro„ che aveva caratterizzato l’immaginario del capitalismo industriale e l’ideologia positivistico-progressista che anche i marxismi “ufficiali„ (socialdemocratico e comunista) avevano adottato. In un eterno e dilatato presente qual è quello della società delle merci immateriali non c’è più spazio per la classica dimensione del futuro, per l’esercizio della previsione e le pratiche di addomesticamento dell’imprevedibile che questa assicurava: le ragioni del “possibile„ contro quelle dell’“esistente„ migrano quindi per forza di cose al passato, o a una torsione del “presente„ costretto a farsi carico di tutta la temporalità, e perciò costantemente ibridato, riletto, ridefinito.

Il secondo tema che appare centrale nello “steampunk sociale„ è quello del corpo, e in genere della materialità: la considerazione e il ritorno a questa dimensione sono una reazione alla (reale o immaginata) scomparsa del corpo nella cultura cyberpunk, e segnano la rivendicazione di una ritrovata unità di “arts and crafts„ (per dirla con lo SPM), che non esclude però il conflitto, anzi lo rilancia. Il corpo dello steampunk è altrettanto contorto, ibridato, mutevole, quanto quello della migliore tradizione underground. Se il rischio (soprattutto in combinazione con le tematiche ecologiste) è a volte quello di una visione nostalgica e idilliaca del rapporto uomo/natura, un buon antidoto è però quello della terza importante componente dello steampunk sociale: quella della catastrofe, del disastro. Questa è la componente che più distingue lo steampunk sociale da quello puramente letterario, e segna avvicinamenti e alleanze a tutta prima curiosi e imprevedibili, per esempio con l’immaginario ballardiano.

Per tutti questi motivi lo steampunk ci richiama con acutezza a una riconsiderazione di tutta la dimensione del progettare, che valorizzi (ovviamente) la dimensione del DIY, dell’autogestione e dell’autonomia (in sintonia con l’etica hacker), ma che sia anche capace di sfidare la teoria economica e politica a rinnovare le proprie categorie rimescolando e “immaginando„ più di quanto sinora non abbia fatto.”


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