Onorevole morte di un demonio

Nell’entrare in quello stanzone pieno di corpi ebbi la sensazione che qualcosa fosse terminato,
credo provai quello che le creature piccole e infime realizzano mano a mano che si avvicina la morte, la fine del loro tempo. Ma per noi il tempo non aveva mai avuto un significato preciso, erano il tempo degli altri, i limiti degli altri, le morti degli altri. Il tempo era un giochino, un divertissement. "Sisifo porterai il masso su e giu’ per sempre". E Sisifo, che pure e’ il mio preferito, soffriva e piangeva, e spingeva il macinio, che ricadeva e cosi’ di nuovo, per sempre. Ma quell’eternita’ era tale solo per loro. Per me tra l’istante e l’eterno non trascorreva che una quieta immobilita’. Certo quello stanzone ora cambia tutto. La madre era li’, stesa al suolo. Dopo aver colpito a morte il proprio seviziatore si e’ uccisa strappandosi la lingua con un morso, morendo soffocata dal proprio sangue. Era stanca di essere violentata dalla Spirito Santo, il grande burattinaio, il terzo incomodo, il vero padre. Il figlio era un presuntuoso, e l’avete ucciso voi, tanto tempo fa, inventandovi poi la sua risurrezione per lenire il vostro senso di colpa. Il padre, si fa per dire, Dio, e’ morto di tedio e di ignavia. Vi creo’ e per distinguersi da voi schiavi del tempo, si isolo’ in una teca di immobilita’, dove le sue ossessioni lo divorarono. Voi siete il frutto delle sue paure. Voleva altri angeli, ma la sua incapacita’ ha prodotto soltanto voi. Gli angeli sono tutti morti, di stenti. Si nutrivano della luce divina. Sono sopravissuto solo io, perche’ della sua luce avevo imparato a farne a meno da tempo.
Ma forse non dovreste credermi.
Io sono l’ingannatore. Parlo una lingua che potete capire, ma non sempre vi dico la verita’. Credetemi pero’, quando vi dico che qui non c’e’ piu’ nessuno. D’altra parte lo sapevate da tempo. Quando senti’ avvicinarsi la fine dell’immutabile, nella sua immensa idiozia mando’ un cavallo ad avvisare un araldo nella citta’ che celebra il toro con il proprio nome. Quell’uomo vi annuncio’ che dio era morto.

Anch’io sono stanco. Voi pure dovreste esserlo. Conoscete il teatro kabuki ? Io ne sono un grande ammiratore. Di norma rappresenta fatti accaduti da poco, di ordinaria drammaticita’. Usa poche parole. E per noi che giochiamo col tempo, potrebbe raccontare cose che accadranno tra poco.

La mia voce mi riesce sempre piu’ insopportabile.

Steso in terra su un piccolo palco vi era un tappeto amaranto, la sala era illuminata da candele e lampade ad olio, che animavano giochi di ombre sulle pareti scarne. Il luogo era disadorno e asettico come l’animo dei due presenti. Alla sinistra e alla destra del tappeto vi era posto per i testimoni. Ma non era rimasto piu’ nessuno. Erano disposti sette soffici cuscini per lato, e erano vuoti.
Lui indossava un haori con finiture in oro. Con passo severo si diresse verso il piccolo palco e prese posto in ginocchio, al centro del tappeto. Dietro di lui, il kaishaku, il gentiluomo che gli avrebbe mozzato il capo. Rivolto ai sette assenti di ogni fila di cuscini, pronuncio’ poche e semplici parole
"Io sono l’ingannatore e il grande mentitore. E io vi dico in tutta sincerita’, che voi siete innocenti. Io, ed io soltanto, ho colpa di tutto. Per questo crimine io mi uccido e prego voi presenti di farmi l’onore di essere testimoni del mio atto".
La bocca si piego’ in un sorriso, appena accennato, timido, muto’ in un ghigno, passando per tutte le possibili sfumature del riso, fino al pianto, prima leggero, una pioggerellina, poi il tuono, il lampo, e l’ira. Tutto il corpo prese fuoco, per una molotov confezionata male ed esplosa ancora in mano. L’ansia attraverso’ la parte sinistra del volto, mentre sulla destra divampava un profondo orgasmo. Vennero’ l’angoscia e l’abbandono dell’amante, la solitudine fece tremare gambe e braccia. Si rannicchio’, proteggendosi la testa. Pestato a sangue e trascinato su una volante, fu scosso di paura e terrore, mentre lo sguardo divenne fiero e ostinato. Si affloscio’ al suolo. Nella noia. Gli occhi si spensero nella banalita’ del quotidiano, le palpebre a mezzasta di mezza pillolina presa solo per dormire, tra il lavoro e la tv. Si irrigidi’, poi si rilasso’ e nulla di lui fece piu’ trasparire alcunche’. Fece cadere l’abito fino a scoprire il ventre, infilo’ le lunghe maniche sotto le ginocchia e con un gesto deciso ricongiunse gli amanti. La lama accarrezzo’ la parte sinistra del ventre, ma in quanto lama non pote’ fare a meno di lacerarla, il ventre si
apri’ a quel contatto e lei sprofondo’ all’interno. Lentamente si sposto’ a destra, ed il ventre l’accolse, sempre piu’ dentro di se’. La lama giro’ e incomincio’ a salire, tagliando, verso il cielo. Lui sporse il collo, in attesa di una carezza.
Sisifo spinse il masso fino alla cima, come ogni volta. Ma le braccia erano piu’ pesanti del solito, troppo pesanti e Sisifo le lascio cadere, morbide e senza controllo, con un gesto ampio, che nasce dalla punta della katana e termina oltre. E cosi’ la testa fu recisa dal tronco, ed il macinio rotolo’, giu’ in basso, per l’ultima volta.


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