Tutti i racconti del secondo numero!

Indaffarati nella faticosa produzione del libretto del Babau,
abbiamo tardato a pubblicare i racconti del secondo numero di Ruggine.
Eccoli finalmente! (Per la versione scariacabile di Ruggine n.1 vi
ricordiamo che basta seguire questo link)

Per ragioni di spazio pubblicheremo tutto in più articoli. Ecco il primo.

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  • Editoriale
  • Chananke di Ginox
  • Giosuè, Jona, Gianadelio, Calogero e Santo di Franco Binelli

 

Editoriale

Se pensate che in tempi di “crisi” la cosa migliore da fare sia
aspettare, con le braccia conserte e lo sguardo assente, un nuovo
miracolo che venga a risollevarci dal baratro in cui siamo caduti, per
favore non continuate a leggere queste pagine.
La crisi è l’ennesima conseguenza di un sistema votato al collasso che
ci vuole spaventati e rassegnati, l’ennesimo spettro che ci terrorizza,
non il primo e, sicuramente, nemmeno l’ultimo.
Nelle discariche che costituiscono la geografia esaurita di un mondo
violentato quotidianamente da un “progresso” ( altra parola magica di
fronte a cui tutti si devono inchinare, fino a spezzarsi) che é fatto
di morte, sfruttamento, sperimentazioni, distruzioni e “necessarie”
ricostruzioni, ci muoviamo ormai da tempo immemorabile, cercando i
pezzi di ricambio per ridisegnare un altro modo di vivere.
Così come la ruggine modifica i rifiuti metallici, regalandogli nuova
consistenza e sfumature di un colore intenso, la nostra immaginazione
interagisce con la realtà e la trasforma.
I racconti che troverete, dal surreale e tenerissimo Licheni, passando
per l’incubo claustrofibico di Occhiosbarratofiero, per finire dentro
il ventre del corpo legislativo in Gravidanza asociale(ne cito solo
alcuni), parlano del nostro presente, sfidandovi a riconoscerlo nelle
fasi della sua deformazione.
Una pecorso di segni e disegni che accompagnano la metamorfosi della
quotidianità, traslandola in un’altro spazio-tempo(non importa se
passato o futuro), proiettandola in un’altra dimensione che è quella
del possibile.
Ed é qui, in queste immateriali zone di transito che le nostre utopie
trovano un luogo, i nostri desisideri forma e voce, le nostre paure
escono allo scoperto, perché dobbiamo farci i conti e, forse,
esorcizzarle.
Siamo convinti che la realtà in cui siamo immersi non segua nessun
destino ineluttabile, ed é per questo che possiamo prenderne le
distanze, per riderci sopra prendendola su serio, per ironizzare sui
paradossi che la compongono, per costruirne un’altra, iniziando ad
immaginarla, mentre lottiamo contro i mulini a fusione nucleare.
Prima di lasciarvi, volevamo dare spazio ad un manoscritto che abbiamo ritrovato in una vecchia fabbrica, oggi distrutta.
Probabilmente era un’acciaieria, ma non sappiamo dirvelo con certezza,
perché adesso è uno dei tanti cumuli di macerie che popolano le nostre
periferie e le nostre immaginazioni.

Dispaccio n.0

Noi siamo la generazione dal futuro ucciso.
Bruciato con bombe al fosforo, avvelenato dai gas di scarico, affamato
da una multinazionale, strozzato da una banca, usato come cavia da
un’industria farmaceutica.
Il tempo, insieme al nostro futuro, si e’ fermato a Nagasaki.
In una dimensione strana, chiamata crisi, depressione, congiuntura
negativa, recessione, ci muoviamo con la certezza che le briciole di
futuro rimaste dipendono unicamente da noi stessi. Niente pensione,
niente stato sociale, niente posto fisso. Allo stato sono rimasti solo i
denti da mostrare, e il teatrino della politica di potere appare di giorno in giorno sempre piu’ lontana dalla realta’.
Ma dopo tutto, il futuro si e’ fermato a Nagasaki e da li’ puo’ ripartire.
Costruiremo gruppi d’acquisto per non mangiare piu’ cibi avvelenati, ci
riprenderemo case, giardini e spazi sociali, impareremo il riciclo e il
riutilizzo dei rifiuti, ci alimenteremo con energie rinnovabili,
useremo l’autogestione come lente per guardare un orizzonte ridisegnato.

Si aprano le danze, inizi la ricostruzione sopra le macerie, i nostri prossimi passi decideranno il nostro destino.

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chanankeChananke di Ginox

Otto aghi penetravano delle grasse carni con metodo e noia. Sangue,
inchiostro e sudore si miscelavano in una terna alchemica nella piccola
periferia degli orrori.
Chananke stringeva tra le dita pezzi, li sollevava e infilava una sorta
di forcone qualche millimetro al di sotto dell’epidermide, l’inchiostro
dilagava, abbastanza per rendere l’operazione difficilmente
reversibile. Ogni quattro o cinque passate d’ago, ripuliva la superfice
del corpo, il retto, il fegato e l’anima del dannato.

“La sofferenza e’ un meccanismo dotato di una propria necessita’ e
di un certo senso dell’effimero. Inutile per vivere, superflua e
fastidiosa per morire. Il dolore e’ l’inutile resistenza della vita
all’istinto di morte. E’ il tuo corpo che si contrae nel vuoto.”

Una leggera smorfia di fastidio impresse nel volto dell’uomo grasso
un’espressione contrita, e delle piccole dune increspate donarono
movimento al deserto della fronte.

Chananke spinse l’ago in profondita’, fino a strappare un gemito alle morbide carni riposte in posizione supina.

“Dovresti parlare di meno, mi paghi per il disegno, non per
ascoltare. Ho la pazienza dell’artigiano nel trapassare la pelle e
infiltrare l’inchiostro. Non ho la morbosita’ del confessore, ne’ la
curiosita’ del bambino o la compiacenza del mercante. Non mi interessa
nulla di cio’ che puoi dire”.

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giosuèGiosuè, Jona, Gianadelio, Calogero e Santo di Franco Binelli

Giosuè si sveglia con la sensazione di aver già assistito alla
partita di calcio che ci sarebbe invece stata il giorno dopo. Dopo
alcuni minuti, l’uomo si rende conto di essere uscito da un sogno e
spera che questo sogno sia di buon augurio. Nessuno dei tifosi che
frequentano il bar nel quale Giosuè fa colazione ogni mattina, ha
scommesso mille lire sulla vittoria dell’Italia. Il Brasile, nelle
partite precedenti, ha mostrato di essere in uno stato di grazia, i
giocatori brasiliani si divertono e vincono con facilità, mentre la
nazionale italiana è arrivata al gironcino eliminatorio con un gioco
che tutti hanno giudicato stentato e penoso.
Dalla luce che entra dalla finestra, Giosuè si rende conto che sono le
sette, le sette e un quarto al massimo. E’ il momento di alzarsi e di
vestirsi. L’uomo ha intenzione di scendere all’Ipercoop vicino a casa
per comprare una delle bandiere tricolori che ha visto ammassate e
invendute in un angolo del reparto sport. Infila una maglietta bianca
con il logo della ditta d’idraulica del suo amico Gino, ditta ormai
scomparsa da tempo assieme al titolare in un frontale sull’autostrada
per Genova. Indossa un paio d’incongrui pantaloncini da bagno in
tessuto sintetico, a righe rosse e rosa dei quali non ricorda più la
provenienza. Recupera da sotto il letto un paio di ciabatte infradito
di plastica di produzione vietnamita ed entra nel bagno. Si rade e,
come da un po’ di tempo a questa parte, ha difficoltà a mettere a fuoco
l’estraneo che lo guarda dall’altro lato dello specchio. O meglio,
Giosuè sa perfettamente che l’estraneo che ha di fronte è lui stesso,
lo sa benissimo, ma ha, al contempo, la certezza che l’estraneo non
riconosca lui, che la comunicazione visiva sia monodirezionale. Quello
sguardo con cui è guardato lo turba perchè è uno sguardo nel quale non
c’è alcun segno di riconoscimento, lo sguardo di un morto. Occorre
tempo, l’estraneo dall’altra parte dello specchio ha bisogno di tempo.
Mentre finisce di radersi e di lavarsi i denti, l’estraneo, come tutte
le mattine, riprende, pian piano, dimestichezza con la sua faccia,
riavvia un nastro fatto di dialoghi spezzati, inceppamenti,
ammiccamenti, spazi vuoti e smorfie con i quali riesce a
risintonizzarsi con la realtà. Ora Giosuè in bagno ha finito, si sente
a posto, è sistemato, armonizzato con l’estraneo e disposto a far
passare al meglio le ore che mancano all’inizio della partita.

“Craaac… Craaac… dove avete seppellito le vostre madri?”
“Facile, in un cimitero di lavatrici.” – Risponde Santo.
Calogero si sporge di lato, strappa il microfono dalle mani del collega
e urla: “Lascia stare mia madre, quando torno al commissariato ti
spacco il culo col manganello.”
“…Craaac… sempre carino, colto ed elegante il tuo collega, Santo. Come
fai a sopportarlo, …craaac… proseguire col giro che questa è una bella
notte, craaac…”

La voce di Bertone tace di colpo, Calogero con gesto irato ha spento
la radio. Il beverone che prendono prima di iniziare il giro di
pattuglia fa sempre questo effetto, è vero che tutto è più lucido, che
le decisioni sono più rapide e le incertezze scompaiono assieme alle
paure, si va dritti alla meta, pronti a tutto nel rispetto del
protocollo di comportamento delle forze dell’ordine approvato dal
parlamento col decreto antisommossa n. 4329 del lontano duemilasette,
ma l’umore è quello che è.

“Dai riaccendila” – riprende Santo – “Lo sai che non possiamo spegnerla, non voglio prendere un altro richiamo.”

“Fa un freddo dell’ostia per essere già marzo, questa tramontana mi
succhia il poco calore che mi è rimasto in corpo.” – Jona saltella con
rapidi passetti laterali per scaldarsi, Gianadelio ha lo sguardo sperso
di un cieco. I due sono in crisi d’astinenza da tre giorni.

Giosuè fa una rapida colazione, passa dalla cucina al salotto,
toglie il Morandi dalla parete ed apre la cassaforte, pensa che
cinquantamila lire sono più che sufficienti per comprare una bella
bandiera di stoffa, di plastica no, che gli sembra una cosa oscena la
bandiera di plastica. Pensa che se uno muore su una bella bandiera di
stoffa, la intride del suo sangue e la rende sacra per sempre, se
invece muore su una bandiera di plastica con due scrollatine si leva il
sangue e addio sacralità. Giosuè non ha, però, nessuna intenzione di
morire, anzi, è da tanto che non si sente così bene. Inizia a contare i
soldi, mille, duemila, tremila, quattromila, cinquemila… certo che
l’abitudine di Carla: “Pace all’anima sua ovunque si trovi… l’anima,
l’anima, dove si trovano le anime? E quando uno è vivo dove la tiene
l’anima?… Sarebbe interessante sapere qual è la sede dell’anima, se
esiste… Giosuè un’idea ce l’ha, ma la tiene per sé mentre ridacchia
piano… tenere solo banconote di piccolo taglio è una bella scocciatura,
quarantottomila, quarantanovemila, cinquantamila… fatto.” Le
cinquantamila lire sono diventate un bel rotolone di banconote che
Giosuè infila nella tasca posteriore dei pantaloncini rossi e rosa. Il
rotolo sporge in modo incongruo, ma chissenefrega, è da tempo che
l’uomo non si pone più questioni estetiche. Guarda l’orologio, sono le
sette e quarantacinque, tra un quarto d’ora l’Ipercoop apre. C’è giusto
il tempo di una passeggiatina, a passo svelto, attraverso i giardini
condominiali per essere sul piazzale all’apertura e magari mettere
fretta alle commesse morte di sonno.
“Si, pipate la coca e trombate tutta la notte che poi la mattina mi
fatte aspettare.” – Borbotta tra sé Giosuè scendendo le scale.
Venti giorni prima, le commesse e il direttore hanno aperto l’Ipercoop
alle otto, quattro minuti e trentacinque secondi, Giosuè esasperato per
il ritardo ha spedito una lamentela scritta alla direzione centrale e
da allora quando entra nello store, le troie alle casse lo guardano
male e gli fanno gestacci dietro le spalle. Chissenefrega.
Giosuè esce sulla strada e si avvia deciso verso l’Ipercoop.

“Cazzo di vita di merda, ormai non si trova niente di buono sulla
piazza che non costi uno sproposito” – Questo sciopero dei pusher di
stato per avere contratti di lavoro a tempo indeterminato e garanzie
sindacali dura, ormai, da mesi e sta mandando in rovina economica e
mentale loro e tutti i tossici del paese. Jonathan, per tutti Jona lo
sfigato, e Gianadelio stanno girando a vuota già dalla mattina in cerca
di roba di contrabbando che, per di più, vorrebbero comprare a credito.
Sono a terra, non hanno nemmeno la forza per fare qualche scippo o
scassinare un bancomat per tirar su qualche euro e nessuno concede
prestiti. Sono tempi troppo duri e rischiosi e in conseguenza di ciò i
contrabbandieri accettano solo pagamenti in contanti, sull’unghia.
Jona e Gianadelio si dirigono verso lo spazio incolto dietro ai
magazzini cinesi. Nel loro disperato peregrinare hanno incontrato un
altro tossico che gli ha raccontato che nei paraggi dello spiazzo
dietro il primo magazzino cinese gira Pino il contrabbandiere con della
roba decente. Un paio d’anni prima, quando le cose andavano alla
grande, Gianadelio aveva regalato al contrabbandiere qualche incontro
con una delle sue puttane. Quelli erano tempi nei quali le cose
giravano bene, coca, puttane, belle macchine e soldi in tasca. Ora è
tutto finito, resta questo freddo che dalle ossa ti arriva agli occhi e
ti ghiaccia le lacrime.
“Porca puttana per essere già marzo fa ancora un freddo da bestie.” –
Gianadelio spera nella riconoscenza di Pino, ma è consapevole che la
sua è una speranza debole, debole.

“E’ la sera del ventiquattro dicembre, è mai possibile che tra tutti
gli agenti del commissariato centrale proprio noi due dovevamo essere
estratti a sorte per questa marchetta scema?” – la voce di Calogero
riporta lo sguardo assente di Santo, di nuovo, dentro la macchina.
Nevischia, fa freddo, Calogero mette la freccia e svolta a sinistra. La macchina procede con i lampeggianti spenti.
“Non credo proprio che si sia trattato di sfortuna, per me il sorteggio
è stato pilotato, sai com’è, a fidarsi dei colleghi si rimane fregati e
poi a fare il sorteggio elettronico ci ha pensato il tenente Morselli,
secondo me si è fatto pagare…” – Santo, di come sono andate le cose è
quasi sicuro.
“Ma… se avessi saputo che il sorteggio era taroccato avrei pagato
anch’io pur di non essere qui questa sera.” – Sbotta Calogero iroso,
come il solito.
“Datti pace Calo” – Riprende Santo – “Vediamo di tirare fino a domattina schivando le rogne che poi sarà Natale anche per noi.”
La radio gracchia: “Buon Natale a tutti gli uomini di buona volontà…
craaaac…. e soprattutto… a Calogero e craaaaaaac… Santo che vigilano
craaaaac… sulla nostra sicurezza… craac… e su quella dei nostri cari”
“Anche per il culo dobbiamo essere presi?! Quando torniamo in centrale
al Bertone, prima gli spacco il naso con una manganellata, poi…” –
Calogero è di nuovo furibondo. Santo tenta di rabbonirlo, è vero che il
Bertone li sfotte in continuazione, ma è altrettanto vero che nei tempi
morti dei loro noiosi giri di pattuglia li distrae e li diverte, almeno
lui, con quiz e amenità da cruciverba enigmistico.

Giosuè è arrivato sul piazzale dell’Ipercoop in perfetto orario.
Preciso, preciso, per mettere fretta alle commesse che stanno arrivando
alla spicciolata. Il responsabile dello store si è talmente innervosito
per la sua presenza che sbaglia ad inserire la password d’accesso ed
ora deve telefonare alla sede centrale per farsene dare una nuova.
Plaff, paff, plaff… la ciabatta infradito di plastica di Giosuè ritma
la telefonata. Il gestore si convince che l’oroscopo che ha letto al
bar, poco prima, mentre faceva colazione, non sbagliava. Quella che sta
iniziando ha tutta l’aria di essere una giornata orrenda.
Plaff, paff, plaff, la ciabatta infradito scandisce implacabile il
tempo della sua incapacità, ritma e rimarca la povera inutilità della
sua vita.
Plaff, paff, plaff…

I due tossici hanno affrettato il passo nel tentativo di scaldarsi,
escono dall’ombra dell’ultimo capannone e sono nello spiazzo. Di Pino
il contrabbandiere non c’è traccia. Sono disperati, si sparerebbero in
vena anche una zucchina cruda se la trovassero. Se non intercettano il
contrabbandiere, ammesso che sia disponibile a dargli la roba a
credito, devono assolutamente raccattare dei soldi per comprarla da
qualche spacciatore crumiro. Al punto al quale sono arrivati farebbero
qualsiasi cosa per un pò di soldi. Jona vede sull’altro lato dello
spiazzo, a un centinaio di metri di distanza una sagoma che gesticola
alla luce fioca dei lampioni che bordano lo spiazzo. Potrebbe essere
Pino o un altro contrabbandiere; un cenno a Gianadelio e i due si
avviano.

“Craaaac… craaac… niente da segnalare, cocchi belli, girare, girare,
ed ora il mega quiz del Natale duemiladiciassette, il primo che mi
spara i nomi dei tre re magi in ordine alfabetico vince una bambolina…
craaac… Otelma non vale e neanche Mago Zurlì… qui si parla di maghi
veri… craaaac… documentati dalla fede…” – Per un momento la radio tace.
Santo prende il microfono e snocciola i tre nomi. “Santo ha vinto la
bambolina, craaac… ma il quiz era facile… vi ricordo che stiamo
parlando di bamboline nere fresche di sbarco e che qui in centrale c’è
una bambolina curda di sedici anni che è il super premio della serata”
– la radio riprende – “E la cometa, come si chiamava la cometa?
Craaaac…questa è troppo difficile anche per te, Santo, non vincerai una
seconda bambolina, craaac… signori belli, girate la macchina e andate
verso la zona commerciale, il rilevatore ci mostra il movimento di Jona
lo sfigato, craaac… e di Gianadelio. Hanno fatto il giro dei pusher e
poi dei contrabbandieri e ora sono nel piazzale dietro i magazzini
cinesi. Il satellite rivela la presenza di un’altra persona, non
identificata, che si trovava già nello spiazzo craaac… forse un
contrabbandiere… vi ricordo che il compagno di Jona è Gianadelio, anche
lui più volte arrestato per reati legati alla tossicodipendenza e
schedato come individuo propenso alla violenza. Sulla terza persona
l’analizzatore non trova informazioni dell’archivio ed è strano. Fate
attenzione, come sapete, a causa dello sciopero dei pusher, c’è
parecchia gente pericolosa in movimento.

Plaff, paff, plaff… “E intanto io aspetto che voi troviate la
combinazione, e il mio tempo? Chi lo paga?” – Giosuè ciabatta seguendo
il ritmo di una canzone che questa mattina non riesce a togliersi dalla
testa.
Plaff, paff, plaff… l’uomo sta scrivendo, mentalmente, un’altra lettera
alla direzione centrale, quando sente una voce che lo chiama da destra.
Si volta e vede due individui, beh dire individui è dire troppo, due
subumani è più corretto, tatuato di verde pisello e arancione il primo
che sembra un ramarro in calore, l’altro tatuato di giallo e nero che
pare l’ape Maya, tutti e due pieni di borchie che hanno l’aspetto di
due selle argentine progettate da un designer italiano.
“Nonno a me? Nonno un cazzo, andale, andale, che altrimenti vi faccio
male” – Questi due gli stanno sui coglioni prima di cominciare a
parlare.

“Dai nonno, non essere stronzo, dacci qualcosa che a casa i nostri
bambini hanno fame.” – I tossici perquisiscono con gli occhi Giosuè e
si fanno l’idea che in braghette, maglietta e infradito sia più fuori
di testa e spiantato di loro.

Giosuè scuote la testa e li guarda con aria di sfida.

“Questo è arrivato dove noi non arriveremo mai, chissà con cosa si è
fatto.” – Sibila Jona – “Ma come fa a stare in ciabatte e maglietta con
questo freddo?”
Però non si sa mai: “Nonno non fare il difficile, fatti dare una palpatina.”

Eppure nel momento stesso nel quale dà inizio all’aggressione, Jona
lo sfigato si convince in modo netto ed irreversibile di aver infilato
la testa in un sacchetto di plastica e di essere sul punto di
stringerselo al collo da solo. Le gambe si fanno molli per un attimo,
la vista si sfoca. Poi l’azione riparte.
Giosuè, incongruo nella sua maglietta bianca e nelle sue ciabatte
infradito di plastica, nel freddo di quella sera di marzo del
millenovecentonovantotto si è, nel frattempo, messo in posizione di
difesa, girato di lato per non offrire spazio ad un attacco. Le braccia
magre, dai peli bianchi, escono dalle maniche della maglietta come due
vermi grigi, i pugni chiusi sono le teste cieche di questi vermi
dondolanti: “Vieni avanti ramarro che ho proprio voglia di giocare.”

La ciabatta sinistra ritma, battendo sull’asfalto, una canzone che i
due tossici non hanno mai sentito, plaff… paff… plaff… plaff… paff…

“Craaac… Craaac… vediamo di accelerare signori, il rilevatore
segnala una situazione in evoluzione negativa craaac… craaac… nello
spiazzo dietro il magazzino cinese. Ci sono il settantatré virgola
ventotto percento di possibilità che scoppi una rissa entro dieci
minuti… craaac… ed ora un intermezzo per gli appassionati di
fantascienza, quattro domandine facili facili, quasi un quiz
televisivo, se si risponde alle quattro domande si ha diritto alla
super domandona che fa vincere la bambolina curda, vai col brano:

“Nella bocca arcuata gli occhi semimasticati rotolavano sulla
superficie della lingua avida e mobile. Quelli non ancora completamente
mangiati, quelli che luccicavano ancora, lo osservavano, ballonzolando
leggermente, continuando a funzionare anche se non erano più fissati
alla parte esterna bulbosa e gocciolante della testa. Dei nuovi occhi,
simili a minuscole uova pallide, avevano già cominciato a formarsi…”

Il centralinista Bertone fa tutto da solo, usa tre voci diverse, è
l’one showman della sala trasmissioni ed ora, mentre Calo si
disinteressa dell’argomento che gli è totalmente ignoto, spara le
quattro domande: “Genere? Anno d’edizione? Autore? Titolo?”
Per Santo sono domande facili e risponde veloce, senza incertezze:
“Paleo-fantascienza, anno 1964, Philip K. Dick, Utopia andata e
ritorno.”
“Bravo Santo, craaac… risposte esatte… craac… è meglio se accelerate,
il rilevatore segnala che le probabilità che nello spiazzo dietro il
magazzino cinese scoppi entro cinque minuti una rissa con esito letale
per qualcuno dei partecipanti sono salite all’ottantasette virgola
sessantacinque per cento e voi siete ancora lontani… craaac… ed ora,
tornando a noi, la domandona….”

Nello spiazzo Giosuè controlla i movimenti dei due tossici, è da
tanto che non si diverte così, si sente carico di adrenalina, bello
tonico, l’Ipercoop, la bandiera e la partita possono aspettare, prima
deve giocare questo vecchio/nuovo gioco.

I due tossici si lanciano uno sguardo di sguincio e poi partono,
Jona da destra e Gianadelio da sinistra. Nella mano protesa di
Gianadelio luccica per un attimo il bisturi con il quale il tossico
apre i pacchi in transito all’aeroporto centrale nel quale ogni tanto
lavora come smistatore occasionale. Giosuè si solleva in aria e
ciabatta in faccia ai due tossici. Nel momento in cui li colpisce si
rende conto che qualcosa non và. Normalmente li avrebbe ammazzati sul
colpo, le ossa del naso ficcate nei lobi frontali del cervello, invece
questa volta non è riuscito ad imprimere abbastanza forza al doppio
calcio. E’ riuscito a rompere il setto nasale ai due ramarri, ma non è
riuscito ad ucciderli. Nel riscendere al suolo il suo corpo ruota
leggermente a sinistra e incoccia nel bisturi che Gianadelio tiene
puntato davanti a sè. Il bisturi gli apre nel corpo uno sbrego di
trenta centimetri dal quale inizia ad uscire sangue nero. Giosuè non ha
quasi sentito dolore.

“La domandona è la seguente: “Qual è il titolo originale dell’opera in inglese?” Craaac…” – Incalza Bertone.
Santo ci pensa un attimo, si, ricorda di aver letto il risvolto di
copertina e risponde dopo un attimo d’esitazione: “Lies, Inc., il
titolo originale è Lies, Inc. che tradotto in italiano farebbe Bugie
S.p.A.”
“Esatto! E a questo punto un’opinione Santo” – Insiste Bertone – “Che
tanto Calogero guida ed è ignorante come un canarino mai uscito dalla
gabbia, il titolista che ha tradotto Bugie S.p.A in Utopia andata e
ritorno, secondo te, era un filosofo o un fine umorista? Calogero, tu
pensa ad accelerare che la rissa è già iniziata.”
“Tutte e due le cose, accidenti, non avevo mai fatto caso alle
possibili interpretazioni della traduzione. Era tutte e due le cose, un
genio sconosciuto e un umorista. Pensare che si era negli anni settanta
quando l’opera è stata tradotta in italiano.”

Giosuè barcolla, le gambe gli cedono, si appoggia al carrello
dell’Ipercoop, ma il carrello non c’è e si ritrova per terra, i tossici
lo guardano incerti, vorrebbero perquisirlo prima di darsela a gambe.
L’auto nera guidata da Calo entra nello spiazzo, silenziosa come
possono essere solo le macchine della sicurezza. I tossici la vedono
arrivare e fuggono verso il lato opposto del magazzino cinese.

Per un attimo a Giosuè si annebbia la vista e si vede per terra in
uno spiazzo gelato d’asfalto e rottami, è notte, non c’è l’Ipercoop e
fa un freddo cane, poi si riprende e torna ad essere la mattina del
quattro luglio millenovecentottantadue e lui è lì disteso nel
parcheggio dell’Ipercoop. Forse ha avuto un malore.

L’auto nera si ferma, Santo scende e si avvicina a Giosuè: “Vecchio…”
“E dagli con ’sto vecchio, mi avete rotto i coglioni, dammi una mano a
tirarmi su che devo andare a comprare la bandiera. Secondo me, stasera,
Bearzot fa giocare Tardelli al posto di Marini…”

I tossici corrono come pazzi, per quello che possono, debilitati
come sono e con i nasi rotti con i quali è difficile respirare,
oltrepassano il magazzino cinese e poi quello coreano. Sanno/non sanno
di essere tracciati dal rilevatore satellitare e di non avere scampo.
L’auto della sicurezza è ripartita con a bordo soltanto Calogero. “Vai
così Calo, a destra e poi di nuovo a destra, sono ad ottocento metri.
Codice rosso/nero e senza che ti venga l’orticaria… craaac…”
“Fanculo, fanculo, sono miei” – Calo supera un tabellone pubblicitario
verdastro che lo informa che sono le ventidue e zero due del diciotto
marzo millenovecentonovantotto e che la temperatura esterna è di meno
sei gradi, affianca con l’auto i due tossici e dalla mitragliatrice
laterale spara una breve raffica. I due rimbalzano sul muro di un
magazzino di import-export nepalese e cadono a terra.
Calo scende dall’auto con circospezione, si avvicina ai due che sono
ancora vivi e lo guardano terrorizzati. All’agente ora è venuta voglia
di giocare, imita goffamente una delle voci di Bertone: “Una domandina
facile facile, anche per voi. Ditemi che giorno è oggi e, giuro, vi
lascio andare. Il giorno giusto mi raccomando.”
Mentre parla, Calo inizia ad estrarre la pistola.
Il ramarro e l’ape Maia si guardano. L’idea di avere ancora una
possibilità fino a questo momento non li aveva sfiorati. Un barlume di
speranza si fa avanti attraverso il dolore dei setti nasali fracassati
e il sangue che riempie le bocche e le gole. Jona vede, dietro le
spalle dell’agente, il cartellone pubblicitario che pulsa verde più
chiaro e verde più scuro confermando che è il diciotto marzo
millenovecentonovantotto. Incespicando sulle parole risponde alla
domanda dell’agente, ma, dalla smorfia che questi fa, capisce che la
sua non è la risposta che l’agente si aspettava.
“Sbagliato! Oggi è il ventiquattro dicembre duemiladiciassette, vigilia
di Natale, fate la nanna, ramarri di mamma, che il vostro Calo…” – La
rima non gli viene, arma però lo stesso il revolver d’ordinanza e spara
due colpi in faccia per ciascuno, è la sua firma. In fin dei conti per
essere fuori, in missione d’ordine pubblico la notte di Natale, non è
andata male. Due tacche in più sulla stecca d’ordinanza e siamo già a
ventisette, meglio di due scopate, meglio della bambolina curda che ha
vinto Santo. Calo risale in macchina, segnala al Bertone la fine della
missione che in ogni caso l’agente ha già registrato con le telecamere
di sorveglianza e per mezzo del rivelatore satellitare e torna verso lo
spiazzo.

Ora le facce sopra Giosuè sono due.

Giosuè: “Secondo me fa bene a far giocare Rossi, anche se fino ad
ora ha fatto schifo. I brasiliani sono più fumo che arrosto. Che ore
sono? Che ore sono? Avete visto se ’sta benedetta Ipercoop ha aperto?”
Santo: “Quale Ipercoop? Non esiste più l’Ipercoop, nonno, è stata
smantellata dopo la settima grande crisi del commercio mondiale del
duemilaquattordici. Guarda che nel millenovecentottantadue l’Ipercoop
non c’era ancora, sono sicuro. E’ stata costruita dopo e, quindi, non
puoi essere su questo spiazzo per comprare una bandiera per una partita
giocata anni prima che l’Ipercoop sia stata costruita ed essere
contemporaneamente qui, tre anni dopo che l’Ipercoop è stata
smantellata. Non torna niente.”
Calo: “Santo non è l’unica cosa che non torna, dietro il magazzino
nepalese c’è un tabellone segnatempo secondo il quale oggi è il
diciotto marzo millenovecentonovantotto e di questo …”
Giosuè ha sentito le parole di Calogero e si volta: “Basta giocare con
le date, è un gioco che non mi piace, non ne ho voglia, e poi è strano,
con questo sole ho freddo, tiratemi su per piacere, ho avuto un
giramento di testa.”
Santo: “Stai giù, sei ferito, ora chiamiamo un’ambulanza.”
Intanto il secondo agente che era tornato dall’auto con lo scanner lo
passa a Santo, il quale scanna prima i polpastrelli della mano sinistra
e di seguito l’iride di Giosuè. Invia i dati alla centrale operativa
per individuare il vecchio agonizzante e fa un cenno a Calo che entra
in macchina e chiama un’ambulanza: “Non serve correre, ne avrà per un
quarto d’ora al massimo.”

Giosuè rivolto a Santo: “Spostami un poco, credo di avere un sasso dietro la schiena che mi dà fastidio.”

Santo prende per le spalle il vecchio e delicatamente lo sposta di
lato. Il rotolo dei cinquantamila megarembinbi cinesi si sfalda nel
sangue.
Santo si rivolge a Calo ed indica il rotolo di soldi che si sta
impregnando del sangue nero di Giosuè: “Sono almeno trenta,
quarantamila megarembinbi con i quali si può comprare tre palazzi in
centro e questo ci voleva comprare una bandiera per una partita di
calcio giocata nel millenovecentottantadue.”
Giosuè ora sente freddo, con la mano destra si è palpato il fianco e ha
trovato lo sbrego lasciato dal bisturi di Gianadelio, con i
polpastrelli ha toccato e valutato la gravità della lacerazione del
fegato. Si è reso conto che la sua ferita è mortale, che è questione di
minuti, un quarto d’ora al massimo.

Santo lascia il vecchio con Calo e rientra in macchina: “Bertone,
avvia un’altra ricerca, vedi chi ha vinto la partita di calcio Italia –
Brasile, giocata nel millenovecentottantadue.”
Dopo qualche minuto la radio si accende: “Craaac… Italia – Brasile tre a due, marcatori…”
“Lascia stare il resto” – Si spazientisce Santo – “Basta così… mandami sul palmare i dati del vecchio”

Passano alcuni minuti prima che la radio riprenda a gracchiare: “I
dati che escono dal server dell’archivio centrale non hanno senso, te
li mando ugualmente. Sul display dell’agente appare la scheda di Giosuè:

Giosuè Del Moro
Nato a Castellare del Monte il 30 Settembre 1950.
Morto nell’attentato al treno Italicus il 4 Agosto 1974.
Identificato grazie ai documenti, allora non erano ancora entrati in uso gli esami sui reperti biologici.
Secondo i rapporti a suo tempo fatti dai colleghi della questura di
Massa risultava essere un generico militante di sinistra. Un “cane
sciolto” come erano definiti allora.

Giosuè, ha chiuso gli occhi per non vedere la faccia di Calo.
Ripensa per la centomillesima volta al momento nel quale la sua vita ha
avuto la svolta definitiva. Non perché, come recita il luogo comune,
nel momento della morte si rivede la propria vita, ma perché in fondo
quello, oltre che importante è stato anche un bel momento e val la pena
di riviverlo ancora una volta. Si rivede salire sull’Italicus alla
stazione di Firenze e sistemare la giacca al gancio a lato della
poltrona e riporre la sua valigetta nella reticella in alto. Ripensare
alla valigetta un po’ lo turba, è una delle poche cose per le quali ha
rimpianto. Stava andando a Milano a proporre a un editore milanese la
pubblicazione del diario di suo nonno Arturo, morto pochi mesi prima in
un assurdo incidente automobilistico a Castellare. Si era seduto ed
aveva aperto il giornale, ma non riusciva a leggere. Continuava a
pensare al diario del nonno, partigiano anarchico del Battaglione Gino
Lucetti sulle Apuane negli anni della guerra. Gli tornavano alla mente
i particolari di quella morte assurda nell’unico incidente stradale
avvenuto a memoria d’uomo a Castellare, quando aveva sentito bussare al
finestrino. Aveva guardato fuori e aveva visto una ragazza bassetta,
dagli occhi dolci come li hanno i miopi, con in testa un bislacco
cappello fine ottocento. La ragazza gli aveva fatto cenno di scendere.
Un cenno che insieme era timido ed imperioso, apprensivo e determinato.
Lui era sceso, dimenticando giacca e valigetta sul treno. La sua vita
aveva preso un’altra direzione.

L’agente torna verso la figura sdraiata per terra, ma ormai Giosuè
se n’è andato. Calo, dopo aver spezzato col calcio della pistola la
superficie ghiacciata di una pozzanghera, sta sciacquando i
megarembinbi. Sta piegato in avanti in modo che il rilevatore
satellitare non possa visualizzare cosa sta facendo. Santo gli mette
una mano sulla spalla e mormora a bassissima voce: “Lascia stare, ti
pare possibile che un vecchio, morto nel millenovecentosettantaquattro,
vada in giro oggi, completamente fuori di testa, con quaranta,
cinquantamila megarembinbi nei pantaloncini senza che ci sia una
qualche stronza ragione dietro, più grande di quanto noi si possa
immaginare?”
Calo interrompe, di colpo la risciacquatura, muove le dita nell’acqua
fredda della pozza per pulirsele, guarda i megarembinbi con
un’espressione simile a quella con la quale i tossici guardavano la
bocca nera del suo revolver un attimo prima che premesse il grilletto.

I due lasciano il morto all’ambulanza in arrivo e si avviano
all’auto. Santo si rivolge al collega: “Non c’è niente che torna, il
vecchio che risulta morto nel millenovecentosettantaquattro, era
convinto di essere nel millenovecentottantadue, i due ramarri erano
certi di essere nel millenovecentonovantotto. Noi, invece, sappiamo di
essere nel duemiladiciassette, certo che c’è n’è di gente sbalestrata
in giro…”

Gli agenti salgono in macchina, Santo accende la radio: “Bertone,
cosa stiamo cercando di fare? Di suscitare un sano disgusto nel lettore
con una storia di coincidenze temporali e viaggi nel tempo?”

Bertone gracchia nella radio e nel suo gracchiare si avverte,
invece, una nota di divertimento: “Santo, Santo, possibile che tu non
abbia capito? Craac…”

L’auto si avvia verso il magazzino nepalese dove Calo ha azzerato i
due tossici. Quando svoltano nella stradina poco illuminata vedono che
è già arrivato il furgone mortuario… in questi tempi fa più viaggi
dell’ambulanza. I due addetti al trasporto cadaveri hanno già infilato
i due corpi semi decapitati dentro le sacche di plastica grigia, stando
attenti a non sporcarsi col sangue e con i frammenti di cervello che
Calo ha sparpagliato in giro con la pessima abitudine che ha di usare
proiettili esplosivi. Sulla fiancata del furgone, anch’essa grigia
lampeggia, verde chiaro e verde scuro, il tabellone segnatempo
sull’altro lato della strada: “Sono le ventitrè e diciannove del
diciotto marzo millenovecentonovantotto e la temperatura esterna è di…”

Santo ora ha capito e sorride a Calo, agli addetti al trasporto
cadaveri ed anche alle sacche che contengono i tossici. Ora ha capito.
Nessuna ridicola coincidenza temporale, soltanto un vecchio clandestino
con l’Alzheimer, due poliziotti fuori di testa per un beverone mal
tarato preso prima di iniziare il giro di ronda e due stronzi di
tossici che almeno hanno avuto la buona idea di morire nel loro tempo
giusto.”

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